Archivio di dicembre 2010

Polo della Logistica di Passo Corese: per il WWF i lavori non potevano iniziare

mercoledì, 29 dicembre 2010

Il WWF Lazio ritiene inaccettabile l’utilizzo dei termini di ‘sostenibilità e valorizzazione delle potenzialità del territorio’ nell’accezione data dal Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Provincia di Rieti nell’ambito della comunicazione istituzionale per definire le caratteristiche dell’operazione da 10 milioni di mc di cemento del Polo della Logistica, che si riverserebbero sulla Sabina, territorio dell’antica città di Cures.

Così come inappropriata sembrerebbe la rassicurazione dei vertici dell’Ente, ribadita recentemente a mezzo stampa, relativamente alla presunta legittimità delle procedure tecnico-amministrative seguite, nonché sull’acquisizione di tutti i pareri, compresa la valutazione di impatto ambientale.

Qualche passaggio, ictu oculi, deve essere presumibilmente sfuggito al Consorzio proponente.

Non risulterebbe, infatti, al WWF Lazio, che sia stata portata a termine la verifica di ottemperanza richiesta dall’Ufficio Valutazione Impatto Ambientale dalla Regione Lazio.

In quella sede si chiedeva che, prima dell’approvazione del progetto definitivo e, quindi, prima del rilascio del permesso a costruire e dell’avvio dei lavori, si sottoponesse nuovamente agli Uffici competenti il progetto per la verifica dell’adempimento alle prescrizioni indicate.

“Dalla documentazione esaminata dalla nostra Associazione – dichiara Antonio Rotundo delegato pianificazione del WWF Lazio – ancora non risulterebbe redatta la determinazione conclusiva relativa alla predetta verifica proprio perché il progetto presentato non avrebbe ottemperato alle prescrizioni.”

“Per tale motivo – dichiara Vanessa Ranieri Presidente del WWF Lazio – la nostra Associazione ha chiesto, secondo quanto previsto dal Codice dell’Ambiente, all’Area VIA della Regione Lazio, autorità competente, di esercitare il controllo sull’osservanza delle prescrizioni impartite in sede di valutazione di impatto ambientale e, nel caso si accertassero violazioni delle prescrizioni impartite o difformità sostanziali da quanto disposto dalla pronuncia VIA, di disporre la sospensione dei lavori e l’eventuale ripristino dello stato dei luoghi e della situazione ambientale a cura e spese del responsabile. Auspichiamo per converso che la sostenibilità e la vera valorizzazione del territorio passino per adeguati e partecipati strumenti di pianificazione, che privilegino prioritariamente la vocazione delle aree e soprattutto la conservazione del territorio e non certamente le ruspe e il consumo di suolo.

L’Associazione si appella e lancia la sfida a Regione, Sovrintendenza, Provincia di Rieti, Comune di Fara in Sabina e sindacati per ripensare tutti insieme un nuovo modello di sviluppo della Sabina che punti sulla salvaguardia del paesaggio agricolo e delle emergenze storico-archeologiche presenti, anche in attuazione di quanto previsto dalla L.R. 24/98.

Solo così la Sabina potrà essere terra di turismo sostenibile, a fronte di un’alternativa, quella attuale, che destinerebbe questo territorio a mero passaggio di tir e merci, con prospettive economiche e sociali alquanto incerte e insostenibili sotto il profilo ambientale”.

Roma 28 dicembre 2010

TG3 Lazio con Buongiorno Regione sul Polo della Logistica di Passo Corese

lunedì, 20 dicembre 2010

Il servizio che il TG3 Lazio con Buongiorno Regione ha realizzato il 9 dicembre 2010 in diretta da Passo Corese relativamente al Polo della Logistica. Conduce sul posto Alfredo Di Giovampaolo. Interviene Paolo Campanelli presidente dell’associazione Sabina Futura, Lorenzo Parlati presidente di Legambiente Lazio e Vincenzo Mazzeo sindaco di Fara in Sabina.

Sabini giù dal trono. Da Cures al Polo Logistico di Passo Corese

venerdì, 17 dicembre 2010

Sabina Magazine, il periodico diretto da Maria Grazia Di Mario, dedica gran parte del numero di dicembre/gennaio 2011 al Polo della Logistica di Passo Corese, soprattutto relativamente alle questioni archeologiche.

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Cures: le ruspe cancellano la storia

giovedì, 16 dicembre 2010

Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre 2010 dedica una pagine a firma di Ferruccio Sansa, uno degli autori del libro La Colata, sull’operazione Polo della Logistica di Passo Corese.


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Segue testo.

MALITALIA

Cures: le ruspe cancellano la storia

Un enorme cantiere sulle colline di Rieti sopra ai resti dell’antica città sabina

FERRUCCIO SANSA

La tutela del patrimonio archeologico all’italiana: ruspe che lavorano senza sosta per realizzare dieci milioni di metri cubi di capannoni industriali e spianano le colline dove sorgeva la città sabina di Cures. Dove basta camminare nei campi per trovare resti di antiche ville, necropoli, acquedotti e templi. Siamo a Passo Corese (Rieti), a 40 chilometri da Roma: miliardi di euro di investimento per il cantiere più grande d’Italia. Un progetto voluto da centrosinistra, centrodestra e sindacati. Tutti d’accordo, tranne i comitati degli abitanti che si vedono scomparire le colline. E gli archeologi che qui speravano di poter trovare i resti della città di Numa Pompilio e Tito Tazio, antichi re di Roma.

Ormai è perfino difficile immaginare la vita degli antichi sabini, con l’immenso cantiere che stravolge il paesaggio. Allora il nostro viaggio deve partire da una fotografia: ecco una cascina, quella terra chiara che ti ricorda il sole e ti dice che sei al Sud. Poi i campi segnati da solchi precisi. È un’immagine recente, ma sembrano passati secoli. Adesso vedi soltanto caterpillar. I rilievi morbidi che segnavano il paesaggio sono spariti insieme con il profumo e i rumori della campagna. Senti soltanto quelli dei motori e voci di operai.

È il 2000 quando il Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Provincia di Rieti (un soggetto pubblico) lancia un nuovo piano regolatore consortile che prevede un Polo Logistico a Passo Corese. Sulle mappe è una grande macchia blu a due passi dal Tevere.

Basta sovrapporre la carta a quella tracciata dagli archeologi per accorgersi che la campagna qui è una miniera: ovunque trovi antichi cocci, resti millenari. Nel 1980 Maria Pia Muzzioli dedica a queste colline uno studio nella prestigiosa collana Forma Italiae. In pochi metri quadrati sono censiti 189 siti archeologici. Il risultato di uno studio del 2000 per la British School of Rome è ancora più sorprendente: una ricognizione superficiale rivela i resti di 13 ville. Senza contare i depositi di materiale antico e i 4 insediamenti del Paleolitico.

L’area è dentro al Parco archeologico

“È un sito ricchissimo perché la presenza dell’uomo comincia migliaia di anni fa e lascia tracce fino all’epoca romana. Qui si trovava l’antica Cures, con il suo porto sul Tevere. E forse anche le catacombe di Sant’Antimo”, è convinta l’archeologa Helga Di Giuseppe che ha lavorato con la British School. “La cosa più straordinaria – racconta Muzzioli – è, anzi era, il contesto, l’insieme, che si è mantenuto integro per migliaia di anni”.

Già, fino all’arrivo delle ruspe. È Paolo Campanelli (presidente dell’associazione Sabina Futura che si batte contro il progetto) a ripercorrere le tappe: “Nel 2001 un’inserzione invita le società a manifestare il loro interesse. Nel 2003… ma c’è stata una vera gara?… arriva la convenzione con l’Ati che realizza il progetto miliardario e avrà in concessione le aree per 99 anni”.

Intanto nel 2004 viene siglato il Piano Territoriale e Paesistico della Regione Lazio (presidente Francesco Storace): l’area dei capannoni è compresa nelle mappe delle zone a “vocazione di Parco Archeologico”. Non importa: il progetto va avanti. Ma che cosa prevede esattamente? Sembra l’Eden, a sfogliare l’opuscolo con cui gli enti locali – il comune di Fara Sabina e la Provincia di Rieti, entrambi di centrosinistra – informano i cittadini di quello che sta per accadere alla loro terra. “Il Polo logistico, la nuova risorsa di Passo Corese”, è il titolo. Poi fotografie di prati verdi, dove mamme con le carrozzine si muovono felici. Intanto nel 2009 con poche righe la Regione (guidata da Piero Marrazzo) approva una variante al piano regolatore consortile che porta la volumetria dei capannoni a quasi 10 milioni di metri cubi.

A confrontare le colline spianate dalle ruspe con le immagini dell’opuscolo viene qualche dubbio. Così come colpiscono al computer: “Duecento ettari di capannoni alti 15 metri, quasi l’equivalente di una città come Rieti”, raccontano all’associazione Sabina Futura. E snocciolano i dati: “Le ruspe si stanno portando via 1.400 ulivi, 3.000 viti, 3.000 alberi da frutto, cento ettari di coltivazione a foraggio e cento a grano”.

Non ci sono solo conseguenze sul patrimonio archeologico, ma anche sull’agricoltura. I sostenitori del progetto parlano di centinaia di nuovi posti di lavoro. Possibile, ma quanti ne sarebbero arrivati (e sono invece andati perduti) se una campagna intatta e vicina a Roma avesse investito nel turismo?

L’opera porterà 4 milioni di indennizzi

Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti dal 2004 e presidente dell’assemblea regionale del Pd Lazio, si dice “favorevole” al progetto. Racconta: “È un’area strategica con l’autostrada e la ferrovia, è naturale che il Polo nasca qui”. E le critiche di abitanti e associazioni? “Legittime, ma tardive. Il progetto è di dieci anni fa, se lo avessimo bloccato avremmo dovuto pagare milioni di risarcimento”. Ma i resti archeologici? “La Sovrintendenza finora non ha trovato nulla di straordinario”. Questa è una delle campagne più belle d’Italia, ogni weekend vengono migliaia di romani in cerca del verde… “Vero, siamo nella Val d’Orcia del Lazio…”. Ma in Toscana non costruiscono 300 ettari di capannoni… “Si può ridurre l’impatto del Polo con strutture più attente all’ambiente”.

Chissà. Vincenzo Mazzeo, sindaco di Fara Sabina, difende il progetto: “Frange estreme lanciano messaggi apocalittici. Il Polo porterà lavoro. Noi abbiamo preteso che fossero realizzate opere viarie e depuratori”. La sinistra anche nel Lazio è amica del cemento? “Falso, noi abbiamo stoppato il mega-progetto di un nodo intermodale delle Ferrovie”. Mazzeo, però, aggiunge: “Io non ho più l’Ici sulla prima casa, dove prendo i soldi, come risolvo i problemi? Quest’opera ci porterà quattro milioni di indennizzi”. Il sindaco, come il presidente della Provincia, spiega: “Comunque il progetto è stato avviato prima del mio arrivo”. Ammette: “Quando vedo tutta quella roba là mi si chiude il cuore… A nessuno sta a cuore la Sabina più che a me, ho investito sulla produzione dell’olio, sull’ambiente. E da oggi cambieremo e invertiremo il ciclo”. Troppo tardi, forse.

Affare miliardario e mattone

Ma chi sta dietro il cantiere miliardario? Nella società Parco della Sabina spa che realizza l’opera sono soci (con l’1% ciascuno) la Provincia di Rieti, il Comune di Fara Sabina e il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Rieti presieduto da Franco Ferroni. Ma la parte del leone l’hanno i privati: tra questi – con il 44% – la Seci che fa capo al Gruppo Maccaferri, uno dei giganti emiliani delle costruzioni. Il presidente Gaetano Maccaferri è anche stato numero uno dell’Associazione industriali di Bologna. Giuliano Montagnini, presidente della “Parco della Sabina”, siede in tante società immobiliari e miliane, a cominciare dalla Edilcoop.

Nel 2008, il Silp – sindacato di polizia della Cgil – parlava di “palesi tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata” proprio nella zona di Passo Corese. Spuntava il nome dei Casalesi, che hanno fatto la loro fortuna con il mattone. Anche se la camorra non c’entra con le società che realizzano il Polo,qualche cautela pare doverosa.

C’è anche chi teme che il Polo possa trasformarsi in una gigantesca operazione immobiliare. Avverte Campanelli: “Sono in costruzione a servizio del Polo un depuratore sufficiente per 30.000 abitanti e un campo pozzi capace di prelevare 1.300.000 litri d’acqua al giorno, cioè il fabbisogno di 25-30.000 abitanti. Non vorremmo che attraverso qualche alchimia all’italiana, come il Piano Casa della giunta Polverini o altri provvedimenti, si riuscisse a trasformare l’area in zona residenziale. Così sulle rive del Tevere potrebbe nascere una città grande come Rieti”.

Inchiesta di EcoRadio sul Polo della Logistica di Passo Corese

sabato, 11 dicembre 2010

Inchiesta di EcoRadio andata in onda il 2 dicembre 2010, contiene una intervista a Paolo Campanelli, presidente di Sabina Futura.

Ascolta l’inchiesta.

Basta una variante e via con il cemento sugli scavi della Sabina

mercoledì, 8 dicembre 2010

L’Unità dell’8 dicembre 2010 dedica ben due pagine di dossier a firma di Luca Del Fra sull’operazione Polo della Logistica di Passo Corese.

Leggi il PDF dell’articolo.

Segue testo.

Basta una variante e via con il cemento sugli scavi della Sabina

Nella zona ci sono importanti reperti e testimonianze archeologiche ma sarà teatro di una delle maggiori speculazioni edilizie del Lazio

Il dossier
LUCA DEL FRA

ROMA
Quaranta ettari di paesaggio lunare, ed è solo l’inizio. Lo scenario agghiacciante si vede anche viaggiando sulla diramazione Salaria nei pressi di Passo Corese, nel Reatino, a pochi chilometri dalla capitale: le ruspe hanno sbancato le verdi colline dove in antico sorgevano gli insediamenti prima dei Sabini e poi dei Romani di cui restano importanti testimonianze archeologiche. È lo spazio dove dovrebbe sorgere un nuovo polo logistico per 10 milioni di metri cubi di costruzioni, su un’area complessiva di 190 ettari. Secondo il Piano territoriale e paesaggistico della Regione Lazio approvato nel 2008 invece farebbe parte del sistema agrario e avrebbe vocazione di parco archeologico. Insomma un bel progetto, che oltre alla terra movimenta pesanti interessi economici, agita l’ombra di poderose speculazioni immobiliari, ed è al centro di roventi polemiche, ricorsi, interrogazioni, denunce da parte della popolazione locale, che si è riunita in una battagliera “Associazione Sabina Futura”, oltre che delle associazioni ambientaliste e delle forze politiche. Il Wwf annuncia una denuncia alla Procura della Repubblica, un finale in tribunale per un film che hanno già chiamato “Il nuovo ratto delle sabine”, non nuovo sul territorio italiano. Proviamo a vederlo insieme.

Il progetto prende corpo alla fine degli anni 90, quando la provincia di Rieti attraversa una pesante recessione: per reagire, il Consorzio per lo sviluppo industriale di Rieti – ente pubblico – mette in campo l’idea della logistica, benché non trattandosi di attività produttiva abbia una scarsa ricaduta sull’occupazione. Il progetto è affidato, senza appalto ma per procedura cosiddetta d’interessamento, al Parco industriale della Sabina (PiS), società per azioni a capitale misto pubblico-privato, formula che consente più agevoli e disinvolte procedure, anche se il pubblico partecipa con uno striminzito 3%.

Una prima versione del progetto è approvata dalla Regione Lazio nel 2004, giunta Storace; tuttavia nel 2008 sotto la giunta Marrazzo viene varato un nuovo Piano territoriale e paesaggistico regionale (Ptpr) che sancisce la zona come agricola a vocazione di parco archeologico. E di motivi ce ne sono in abbondanza: siamo nel cuore della Sabina, una delle culle della civiltà romana, zona di fiorenti insediamenti – se ne contano dieci strati – dove da anni studiano archeologi italiani come Maria Pia Muzzioli e la British School at Rome, tra le più prestigiose al mondo.
Stranamente – si sussurra colpevolmente – nel Ptpr non si fa menzione del progetto del polo logistico, anche se dovrebbe sorgere in una zona dove abbondano siti che nelle mappe della regione risultano d’interesse archeologico. Così si arriva a una bella variante di progetto: l’area dove dovrebbe sorgere il polo è ridotta da 208 a 190 ettari, cresce invece esponenzialmente la zona edificabile: quella industriale da 3,8 a 6,9 milioni di metri cubi, con capannoni che raggiungeranno l’altezza di 15 metri – un palazzo di cinque piani–, cui vanno aggiunti servizi e artigianato, per un totale di 10 milioni di metri cubi, rispetto agli originali 6. Praticamente un raddoppio della cubatura che la Regione approva come «variante di lieve entità» nel 2009. Ed è su questo che Wwf e le altre associazioni puntano per la loro denuncia in procura.

Intanto la Soprintendenza ai beni archeologici compie i rilevamenti con tecniche antiquate e dà il via libera ai lavori in mezzo a furiose polemiche, mentre si sospettano pressioni sui tecnici. Malgrado le interrogazioni dei Radicali in Regione e del Pd in Parlamento, le ruspe entrano in azione a novembre spianando una zona collinare da cui nei giorni di tramontana si giungeva a vedere Roma, e perfino il «cuppolone»: in fondo le autorizzazioni ci sono e «tutto è regolare».

Restano le perplessità su un progetto inizialmente poco redditizio affidato in via “amichevole” a dei privati che si “sacrificano”, e che attraverso una “variante di lieve entità” – quasi il raddoppio della cubatura – si trasforma in appetitoso affare da centinaia di milioni di euro. Certo, potrebbero pure diventare miliardi: basterebbe riconvertire il Polo logistico in zona abitativa, procedura che oltre i finanziamenti europei consente un nuovo aumento di cubatura del 30% (per un totale di 13 milioni di metri cubi) e ben altre cifre di vendita.
Non a caso Giuliano Montagnini, amministratore delegato della Sec che detiene il 48% del PiS, società costruttrice del Polo, nonché presidente del PiS stesso in una recente intervista ha mostrato un notevole interesse per lo housing sociale, in luminosa consonanza con i progetti del piano casa del presidente della Regione Lazio Renata Polverini. I palazzinari romani già scaldano i muscoli.